Il ruolo dell’esposizione occupazionale maschile ad agenti chimici sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo della prole
A cura della Redazione
Una pubblicazione INAIL analizza le evidenze scientifiche che collegano l'esposizione paterna ad agenti chimici professionali agli esiti avversi della gravidanza e alle malformazioni congenite
Cosa tratta?
Negli ultimi anni, l’attenzione verso la salute riproduttiva è cresciuta significativamente, anche alla luce dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche e del quadro normativo europeo.
Con il d.lgs. 135/2024, che ha recepito la direttiva (UE) 2022/431, le sostanze reprotossiche, ossia gli agenti in grado di danneggiare la fertilità, la funzione sessuale o lo sviluppo del feto (cat. 1A/1B), sono state equiparate a cancerogeni e mutageni, nella gestione del rischio in occupazionale, introducendo specifici obblighi di sostituzione, ove tecnicamente possibile, o di riduzione dell'esposizione ai livelli più bassi tecnicamente realizzabili.
La tossicità riproduttiva comprende tutti gli effetti avversi che possono interferire con il normale sviluppo dell'organismo umano. Tali effetti possono manifestarsi durante la fase prenatale, dopo la nascita o anche nelle successive fasi della vita, a seguito dell'esposizione dei genitori a fattori di rischio ambientali, occupazionali o legati agli stili di vita.
Le possibili conseguenze includono morte fetale, malformazioni congenite, alterazioni della crescita, disturbi dello sviluppo neurocomportamentale, deficit funzionali e un aumento del rischio di patologie croniche.
Storicamente, però, la ricerca scientifica e le politiche di prevenzione si sono concentrate prevalentemente sull’esposizione materna. Tuttavia, evidenze scientifiche sempre più solide indicano come anche l’esposizione paterna, nel periodo preconcezionale, possa contribuire in modo significativo alla salute della prole.
Le evidenze disponibili, provenienti da studi sperimentali ed epidemiologici, suggeriscono che l’esposizione paterna a sostanze chimiche, a farmaci e sostanze d’abuso, possa determinare eventi avversi sullo sviluppo della prole, attraverso diversi meccanismi biologici, tra cui danni al DNA degli spermatozoi, alterazioni epigenetiche e modificazioni del liquido seminale.
Le evidenze più consolidate riguardano le sostanze d'abuso, dal fumo di tabacco alla cannabis, dall'alcol agli oppioidi. Parallelamente, numerosi studi hanno indagato il contributo delle esposizioni professionali, concentrandosi in particolare su attività legate alla produzione di vernici, materiali plastici e lavorazioni del legno.
Tra gli agenti chimici maggiormente associati a effetti avversi sullo sviluppo embrio-fetale figurano le miscele di solventi organici, gli ftalati, i composti policlorurati, i bisfenoli e gli alchilfenoli. Ulteriori evidenze riguardano i conservanti impiegati nell'industria del legno, in particolare i clorofenati. L'esposizione paterna a tali sostanze è stata associata a un aumento del rischio di malformazioni congenite, in particolare a carico del sistema nervoso centrale, dell'apparato cardiovascolare e dell'apparato visivo.
Cosa dice la legge?
- Direttiva (UE) 2022/431 del Parlamento europeo e del Consiglio: estende la disciplina degli agenti cancerogeni e mutageni anche alle sostanze tossiche per la riproduzione (reprotossiche).
- D.Lgs. 4 settembre 2024, n. 135: recepimento italiano della Direttiva (UE) 2022/431. Ha modificato il D.Lgs. 81/2008 includendo espressamente le sostanze tossiche per la riproduzione nel Titolo IX, Capo II.
- D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81: Titolo IX, Capo II (artt. 233-245): protezione da agenti cancerogeni, mutageni e sostanze tossiche per la riproduzione.
- Regolamento (CE) n. 1272/2008 (CLP): definisce i criteri di classificazione delle sostanze tossiche per la riproduzione nelle categorie 1A e 1B.
Indicazioni operative
- Integrare la valutazione del rischio con gli effetti sulla salute riproduttiva: la valutazione del rischio dovrebbe considerare esplicitamente la presenza di sostanze reprotossiche e i possibili effetti sulla fertilità e sullo sviluppo della prole, tenendo conto delle modalità di esposizione, dei livelli espositivi e delle mansioni svolte dai lavoratori in età fertile.
- Privilegiare la sostituzione delle sostanze reprotossiche: quando tecnicamente possibile, le sostanze classificate come tossiche per la riproduzione dovrebbero essere sostituite con agenti meno pericolosi. Nei casi in cui la sostituzione non sia praticabile, è necessario adottare misure tecniche e organizzative volte a ridurre l'esposizione ai livelli più bassi tecnicamente realizzabili.
- Rafforzare l'informazione e la formazione dei lavoratori: i lavoratori esposti dovrebbero essere adeguatamente informati non solo sui rischi immediati per la salute, ma anche sui possibili effetti che determinate esposizioni possono avere sulla fertilità e sullo sviluppo embrio-fetale, favorendo una maggiore consapevolezza dei rischi riproduttivi.
- Potenziare il monitoraggio dell'esposizione e la sorveglianza sanitaria: le organizzazioni dovrebbero verificare periodicamente l'efficacia delle misure di prevenzione adottate attraverso il monitoraggio dell'esposizione e una sorveglianza sanitaria mirata, prestando particolare attenzione alle esposizioni ad agenti classificati come reprotossici.
- Promuovere una cultura della prevenzione orientata alla salute riproduttiva: la gestione del rischio chimico dovrebbe includere iniziative volte a sensibilizzare lavoratori, preposti e dirigenti sull'importanza della tutela della salute riproduttiva, incoraggiando l'adozione di comportamenti sicuri sia negli ambienti di lavoro sia rispetto ad altri fattori di rischio, come fumo, alcol e sostanze d'abuso, che possono concorrere agli effetti avversi sulla prole.
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